Quella mattina, come ogni mattina, uscì di casa e si lasciò scivolare per terra, davanti alla porta. Il tempo sembrava aver preso dimora in quel nodoso corpo stanco, sembrava che vi riposasse nei momenti di quiete, i momenti in cui nessuno si accorge della sua corsa. Si lasciò scivolare per terra e attese, un sorriso sicuro sul volto, sempre lo stesso. Di tanto in tanto quel sorriso si trasformava in un’espressione di docile curiosità, come se avesse trovato un gioco perso da tempo. Puntualmente poi scuoteva la testa e tutto tornava come prima, appariva di nuovo la vecchia statua e il suo sorriso assorto, pallido. Tutti lo guardavano con disprezzo.
“E’ morta vecchio, aspetta pure quanto vuoi”, così gli dicevano, ma il suo sorriso sembrava non ascoltarli. Sembrava non ascoltare nessuno, ma si lasciava attraversare ora dal sole, ora da infinite gocce di un pianto senza occhi negli infiniti inverni che ormai lo separavano dal momento in cui era nato. “Tornerà, in qualche modo tornerà, l’ha promesso”- rispondeva sempre così, sussurrando con gli occhi persi nel niente. O nel tutto. Chiunque lo conosceva nel paese, da generazioni quella casa diroccata era il simbolo di una vita che sembrava non voler finire, una volontà che aveva trovato il modo, quel modo che tutti cercano. La sua storia veniva tramandata mentre lui continuava a invecchiare e guardava i paesani e i loro figli morire senza però vederli, senza accorgersi del loro passaggio. Aspettava, assorto. Aspettava la dimostrazione, quella per cui tanto aveva rischiato, di cui tanto si era convinto.
“E’ l’ora che tu la raggiunga, te lo meriti vecchio...”
Ma lui continuava assorto ad aspettare, ad aspettare la dimostrazione che aveva da soffiare al mondo. Passavano i raggi del sole, passavano le piogge, passava la polvere che lo accarezzava trasportata dal vento, mai lo stesso vento.
Ancora una volta quel giorno il suo sorriso si trasformò in un’espressione di infantile e docile curiosità, le sopracciglia arcuate e la fronte corrugata come in attesa di un responso. Questa volta non scosse la testa.
Il sorriso si allargò. Inspirò a fondo. Una volta. Gli occhi chiusi. Inspirò a fondo. Cento volte. Lasciò che quel frammento d’aria lo riempisse. Si alzò.
“Ti sei ricordato di morire finalmente, vecchio assassino?” – gli urlarono dalla strada osservando i suoi passi stanchi muoversi come mai avevano fatto.
Rispose una voce innaturalmente roca, la voce di un pazzo che sembrava arrivare dall’eterno: “E’ tornata, credo fosse questo il suo profumo. L’aveva promesso, è tornata, avete visto? Si, sono quasi sicuro che fosse questo, credo sia tornata, ne sono sicuro, quasi sicuro...”. Si chinò, con l’indice solcò la polvere per terra tracciando qualcosa. Poi si sdraiò lì accanto. Morì. Il solito sorriso sul volto e quel sangue secco da secoli ancora sulle mani. Per qualche istante rimase quella scritta nella polvere, per qualche istante resistette ai raggi del sole, alle piogge e ai venti sempre diversi. Poi sparì.
Allo stesso modo cadde quella casa, come se anch'essa avesse sempre aspettato quel momento, quella dimostrazione che mai nessuno riuscì a capire o a vedere, quella dimostrazione nascosta dentro, nascosta al tempo, alla pioggia, al sole. Ai venti, sempre diversi. Così sparì anche il ricordo di quel vecchio corpo nodoso e della gioia con cui aveva solcato quelle lettere che erano indelebili ma solo per lui, là nella polvere: “Tornano sempre le cose belle”.



