cenni musicali. Raccolta solo indicativa con infinita serie di omissioni forzate e ordine casuale!

domenica 4 aprile 2010

Il Ritorno

Quella mattina, come ogni mattina, uscì di casa e si lasciò scivolare per terra, davanti alla porta. Il tempo sembrava aver preso dimora in quel nodoso corpo stanco, sembrava che vi riposasse nei momenti di quiete, i momenti in cui nessuno si accorge della sua corsa. Si lasciò scivolare per terra e attese, un sorriso sicuro sul volto, sempre lo stesso. Di tanto in tanto quel sorriso si trasformava in un’espressione di docile curiosità, come se avesse trovato un gioco perso da tempo. Puntualmente poi scuoteva la testa e tutto tornava come prima, appariva di nuovo la vecchia statua e il suo sorriso assorto, pallido. Tutti lo guardavano con disprezzo.

“E’ morta vecchio, aspetta pure quanto vuoi”, così gli dicevano, ma il suo sorriso sembrava non ascoltarli. Sembrava non ascoltare nessuno, ma si lasciava attraversare ora dal sole, ora da infinite gocce di un pianto senza occhi negli infiniti inverni che ormai lo separavano dal momento in cui era nato. “Tornerà, in qualche modo tornerà, l’ha promesso”- rispondeva sempre così, sussurrando con gli occhi persi nel niente. O nel tutto. Chiunque lo conosceva nel paese, da generazioni quella casa diroccata era il simbolo di una vita che sembrava non voler finire, una volontà che aveva trovato il modo, quel modo che tutti cercano. La sua storia veniva tramandata mentre lui continuava a invecchiare e guardava i paesani e i loro figli morire senza però vederli, senza accorgersi del loro passaggio. Aspettava, assorto. Aspettava la dimostrazione, quella per cui tanto aveva rischiato, di cui tanto si era convinto.

“E’ l’ora che tu la raggiunga, te lo meriti vecchio...”

Ma lui continuava assorto ad aspettare, ad aspettare la dimostrazione che aveva da soffiare al mondo. Passavano i raggi del sole, passavano le piogge, passava la polvere che lo accarezzava trasportata dal vento, mai lo stesso vento.

Ancora una volta quel giorno il suo sorriso si trasformò in un’espressione di infantile e docile curiosità, le sopracciglia arcuate e la fronte corrugata come in attesa di un responso. Questa volta non scosse la testa.

Il sorriso si allargò. Inspirò a fondo. Una volta. Gli occhi chiusi. Inspirò a fondo. Cento volte. Lasciò che quel frammento d’aria lo riempisse. Si alzò.

“Ti sei ricordato di morire finalmente, vecchio assassino?” – gli urlarono dalla strada osservando i suoi passi stanchi muoversi come mai avevano fatto.

Rispose una voce innaturalmente roca, la voce di un pazzo che sembrava arrivare dall’eterno: “E’ tornata, credo fosse questo il suo profumo. L’aveva promesso, è tornata, avete visto? Si, sono quasi sicuro che fosse questo, credo sia tornata, ne sono sicuro, quasi sicuro...”. Si chinò, con l’indice solcò la polvere per terra tracciando qualcosa. Poi si sdraiò lì accanto. Morì. Il solito sorriso sul volto e quel sangue secco da secoli ancora sulle mani. Per qualche istante rimase quella scritta nella polvere, per qualche istante resistette ai raggi del sole, alle piogge e ai venti sempre diversi. Poi sparì.

Allo stesso modo cadde quella casa, come se anch'essa avesse sempre aspettato quel momento, quella dimostrazione che mai nessuno riuscì a capire o a vedere, quella dimostrazione nascosta dentro, nascosta al tempo, alla pioggia, al sole. Ai venti, sempre diversi. Così sparì anche il ricordo di quel vecchio corpo nodoso e della gioia con cui aveva solcato quelle lettere che erano indelebili ma solo per lui, là nella polvere: “Tornano sempre le cose belle”.

martedì 2 marzo 2010

La Fotografia

Partì di domenica con gli occhi fissi su quell’inerme involto fra le braccia di una donna che era la sua, pensando alla misura in cui la sopravvivenza alla distruzione avesse vinto all’interno di quell'involto in quel solo istante, a quanto lo avrebbe fatto in futuro, fin quando, con quali modalità e con quante eventuali perdite, quali compromessi. Lasciò libero lo sguardo ché il mare inghiottiva il cielo e nient’altro in ogni direzione, si accorse allora di respirare un profumo pulito che già rammentava infiniti silenzi di assenze in vite a lui vicine, infiniti istanti in cui non sarebbe rimasto impresso, ricordi cui non avrebbe preso parte se non esso stesso come ricordo. La lunga distesa lo aspettava, avrebbe dovuto affrontarla con le proprie braccia e quell’unica fotografia di tutto ciò che aveva appena lasciato alle proprie spalle, a sciogliersi in parallelo col suo scorrere sulle acque. Senza punti di riferimento, l’immensità della sua prigione lo stringeva, e voltandosi poteva vedere solo altre increspature dorate al cospetto del sole, con la foschia che dipingeva tutto il resto. Così passarono i mesi, furono lenti, silenti, cosparsi generosamente di sguardi alla distesa e poi a quella fotografia, ai suoi bordi ormai sgualciti e al suo centro ancora intatto che lo attirava, che nutriva la tristezza frenando quell'insano viaggio solitario.

Quandò la lasciò cadere in mare cercò di non guardarla più per non correre il rischio di vedersi tuffare in mare per rubargli quella salvezza che ormai era sua, sua per sempre. Le dette le spalle e si concentrò come mai era riuscito a fare fino a quel momento. A centinaia di chilometri seguiva la propria strada quella fotografia danzando carezzevole alla luce del sole che sembrava volerle indicare la rotta, mentre le braccia lavoravano con rinnovata potenza, con una tristezza che venne prima accompagnata dal rumore docile e puro del mare, poi sovrastata, sconfitta e umiliata, annientata: quel rumore entrò ovunque, più del sole, più del profumo con cui, alleato, occupò il posto dei sensi, dei ricordi che diventarono mare, che diventarono metri invisibili, uguali ai successivi. Passarono mesi nuovi, le mani ingiallite, la barba che si allungava come il tempo che fingeva di rimanere immobile a farsi modellare. Osservava quel paradiso obbligato, sentiva la propria barca colpire altre minuscole onde come esse stesse fanno fra loro, sentirsi parte di quel tutto apparentemente perfetto, un insieme di movimenti minimali che creano armonie, poi melodie, poi tutto ciò che può costituire un mondo. Non sentiva più un profumo pulito e salato che non fosse il proprio, non sentiva rumore che non fosse provocato da lui e da quel tutto, che ormai erano la stessa cosa. Cominciò a chiedersi su quale spiaggia avrebbe concluso il proprio Perché, se quello sparire sdraiandosi su un letto in cui sprofondare e sparire asciugato dal vento, se tutto questo sarebbe riuscito nel modo giusto. Avrebbe trovato la propria spiaggia e solo quella, una spiaggia su cui finire, su cui concludersi, su cui appoggiarsi e poi osservare il resto del mondo cercare come lui aveva fatto.

Vide terra, era estate. Niente spiagge. Per cento notti rimase nel porto sulla propria barca, piangendo. Vide passare un pezzo di carta sotto di sé che danzava carezzevole sull’acqua, sporgendosi riuscì a prenderlo. Una fotografia: un bambino piccolo, una donna. Vita altrui, vita di chi costruisce famiglie. La gettò di nuovo in mare.

Quando decise di scendere dalla barca le lacrime erano finite da giorni, si incamminò con difficoltà senza voltarsi, dando le spalle a sé stesso, a quel mare. Lo avrebbe rivisto solo venti anni dopo, la sua barca ormai sparita dal porto e dai ricordi. Lo avrebbe guardato stupito, una distesa fresca e affascinante: un profumo nuovo, pulito, un rumore docile e gentile. Vita altrui, vita di chi osa fra le onde. Si sarebbe girato ancora una volta, senza ricordare di averlo già fatto in passato, senza neanche notare quel pezzo di carta che ancora lo aspettava ai piedi del porto, nello stesso punto in cui era stata gettata venti anni prima, per riportarlo alla spiaggia su cui avrebbe dovuto concludersi.

domenica 21 febbraio 2010

Un Buon Febbraio

E’ una sensazione strana sentir crollare tutto. A un certo punto ci si immedesima nell’esterno e comincia ad essere faticoso capire cosa stia davvero crollando, cosa fuori e cosa dentro. E se solo l’esterno sta crollando, io sono fermo ad assistere o sto a mia volta precipitando? I punti di riferimento cominciano a scarseggiare, non vedo terreno a cui ancorare i piedi, e perdere o guadagnare un metro in più del niente sotto di me non fa molta differenza.
Ho difficoltà serie nelle ricostruzioni, questo è certo. E non sono l’unico. Lasciando da parte per un momento l’esterno che si trova in acque ben meno rilassanti delle mie, per quanto riguarda l’interno sono senza dubbio più a mio a agio nel sedermi comodo in poltrona e assistere al crollo, prendendo appunti e studiandoli bene, tanto che ormai li conosco a memoria. E, dato che mi ritengo particolarmente fortunato, di macerie ne ho in tasca davvero molte, anzi direi troppe. La cosa divertente è che chiunque in questo momento potrebbe mettermi le mani in tasca e trovare splendidi tesori, castelli pomposamente decorati in mezzo a città magnificamente costruite, in attesa di abitanti. Ma io le mani in tasca non ho tempo di metterle, i braccioli della mia poltrona sono fin troppo comodi e lo spettacolo qui davanti a quanto pare è dei migliori. Ogni tanto sento qualcosa o qualcuno tirare, provare a farmi alzare prima che crollino di fronte a me anche le mie splendide città vuote ed i loro pomposi castelli, e più tirano e più mi ancoro alla mia comoda poltrona, aspettando: ma su questo punto sono rigido, non transigo. Aspetto che usino la loro forza non per tirarmi, ma per ricostruire. E più aspetto più lo spettacolo si fa ampio, tanto che in giorni come il 3 Febbraio non sono neanche riuscito a vedere tutto fino in fondo, ho dovuto selezionare. Ma si sa, questi soccorsi sono sempre più lenti. Io voglio solo godermi lo spettacolo, e in questo sono uguale all’esterno.

giovedì 21 gennaio 2010

Vernici Fresche

E' impossibile non invidiare qualcuno, ogni tanto addirittura qualcosa.
E' tutto perfettamente fisiologico.
Ma nella nostra realtà in continuo mutamento, nella nostra realtà che si trasporta su binari colorati di vernice fresca abbastanza da lasciare un segno, quel che solitamente invidiamo non è che un guscio contenente mondi di cui mai conosceremo una versione reale: immaginazione pura che ricopre altrui desideri, altrui volontà, altrui tentativi. Altrui invidia.
Immaginazione in sostanza.
Immaginazione dunque pensiero. Nostra immaginazione, dunque nostro pensiero.
Si chiude il cerchio, e come sempre ricomincia, perché in fondo l'ostacolo è sempre lo stesso in ogni problema e in ogni servizio recettoriale interno. Si chiude il cerchio ma ne apre uno nuovo, dorato e più grande, su un piano diverso dello spazio e in uno spazio diverso del tempo. E torniamo a invidiare noi stessi in una realtà che non esiste nonostante i nostri inspiegabili sforzi neuronali, non esisterà mai perché l'abbiamo volutamente eliminata. Eppure la creiamo ancora una volta, un po' per consolazione, un po' per assuefazione, un po' per passatempo, come se di tempo ne avessimo da sciacquar via, per giunta insaponando bene.
Non siamo capaci di invidiare tutto ciò che vorremmo perché qualcosa la scegliamo, dunque entra a far parte di noi e ci aiuterà ad invidiare ancora un nostro pensiero sfuggito, o lasciato sfuggire, accecando la nostra possibilità di notare segni di vernice fresca sui nostri vestiti ben puliti con acqua e tanto sapone.
Scegliere è necessariamente invidiare.
Dunque calma, un bel respiro: Non puoi cambiarti. Scegli e invidia.
Fisiologia finissima.
E se di tempo ne avessimo da sciacquar via, magari anche insaponando bene, sarebbe bello calmarsi, fare un gran bel respiro, sedersi su una comoda poltrona e creare ancora. Invidiare in silenzio, al buio, senza interruzioni. Senza interruzioni.
Sarebbe bello.

venerdì 25 dicembre 2009

Profumo

Piove ed è Natale. E non c’è un vero motivo per cui io stia scrivendo questa parola con l’iniziale maiuscola.
C’è un profumo in giro, ma solo quello.
Esisteva un canto splendido di curiosità e un’unione indissolubile, una di quelle atmosfere da cui non credi di poterti liberare, una catena che non si spezza neanche con tutta la pesantezza del tempo che corre, di quello già fuggito, di quello che addirittura non hai mai vissuto. Aleggia ancora questo strano profumo e manca sostanza, mancano attese, fra sentite menzogne manca il corpo di una persona e la mente di tutte le altre, manca sicurezza, manca normalità di quella sana e certa, non acida.

E’ stato un errore, un mio errore: tutte le catene possono spezzarsi, tutte le atmosfere coprirsi di muschio, forse diventare rancide.
Ebbene
Buona parte del tempo è scappato prima che potessi viverlo.
Buona parte del tempo è fuggito.
Il tempo corre ancora.
E ogni secondo che passo a scrivere è un pezzetto di questo profumo liberatorio che scorre, che fugge con il tempo, dentro il tempo, nel vuoto.
Certe vite decidono di fuggire via senza avvertire, strade si aprono e scegliere è una questione non di coscienza o intelligenza, scegliere è un avanzo di mente, è un passatempo inutile, uno specchio trasparente sul quale non riesco a vedermi.
Non riesco più a vedermi.

Ma attorno a me qualcuno che riesce a vedermi in quello specchio deve esserci, c’è. Che mi guidi, mi fido.
Tenderò la mano in attesa, continuando a sentire questi furtivi, rapidi passi intorno a me: fugge via.
Piove, è Natale e al tempo stesso è natale, un'idiozia che morde: interno ed esterno che si mischiano per sempre.
E ancora sento sussurrare un tiepido profumo, ma solo quello.

domenica 20 dicembre 2009

Regalasi Strana Secchezza Interiore e Relativi Nuovi Pensieri

Bum.
Sono tornato. Senza la speranza che a qualcuno possa interessare, né che qualcuno leggerà mai queste righe, però ho sentito un certo bisogno di tornare qui sopra.

Sono tornato e con qualche novità come potete vedere: ho aperto una nuova sezione, Pensieri a righe, e ho dato una rinfrescata a questo blog. Modifiche esterne causa cambiamenti interni, o per meglio dire "ampliamenti interni".

Ci sentiamo su queste pagine, caro lettore inesistente ma fonte di sopravvivenze emotive quotidiane.

domenica 19 luglio 2009

Post n°17: Utopie in Random

Se solo esistesse ancora la capacità di formulare una qualche ipotesi su di noi, la quantità infinita di quell’interrogativo riuscirebbe addirittura a scoprire i segni indelebili della nostra palese intelligenza. Plasmare un’azione sul pensiero è passato, è sabbia, cenere di qualcosa che non ha mai bruciato. Oggi, l’uomo che fu Genio, plasma i propri pensieri di plastica su azioni altrui, e questo è il segreto svelato del nostro decennio, di quello precedente, presumibilmente di molti di quelli a venire. Crescita ed Evoluzione sono termini, mezzi per arrivare al nostri stato brado: l’uomo che costruisce sé stesso a partire da inutile e finita cenere. Schierarsi con il niente o contro di lui, dalla parte di un niente diversamente colorato. Il sorriso di questa vittoria si nasconde dietro la sua dedica a un dio qualunque, anche il peggiore. Quello tangibile o quello etereo, è indifferente, purché sia uno degli infiniti dei in potenza. Quello del niente, o contro di lui, nel niente.

Esiste un momento in cui la luce si trasforma in buio. Deve esistere quel momento, è l’attimo di cui nessuno si accorge, però deve esserci. Conosciamo la luce e conosciamo il buio. La sfumatura centrale è un interrogativo. Bene, in quel momento esatto vive l’uomo che ha capito il proprio potere immenso. Il resto: io, voi. E’ solo un gregge.

E’ il nostro gregge che decade sotto parole, parole spese, parole estese, parole perse. Parole che implicano pensieri e pensieri che implicano nuove parole non pensate. Paradossi. La nostra volontà si piega ai profumi tetri della normalità che arde.

Perdersi nel deserto è normalità pura, fuoco che scioglie sé stesso. Ma il segreto è semplice: guardare solo i propri occhi. Niente specchi, quello è un vecchio gioco: solo i tuoi occhi a guardare i tuoi occhi. Ecco il fuoco che domina il mondo. Pensiero puro, volontà. Che arde.

martedì 23 giugno 2009

Post n°16: Alzheimer

Per una persona che c'è ancora, eppure non c'è più.

(Modifica del 21-02-10: Per una persona che non c'è più, eppure c'è ancora.)

C’era un uomo vicino al letto. I suoi movimenti erano lenti, ponderati. L’uomo, troppo vecchio per poter ancora morire,si avvicinò alla finestra con la propria acida danza e da lì respirò la città e le sue imperfezioni, gustandone le curvature e sovrapponendole alle proprie. Giocava il profumo sussurrando simmetrie sacre di un’ultima leggera lacrima notturna, giocavano i bambini con i sogni e giocava anche lui nel veder cambiare tutto fuorché sé stesso: veder scivolare da una finestra il mondo e poterlo osservare. Non voleva salvarlo, solo osservarlo precipitare, da fermo. Da vivo. Vivere assistendo all’esterno che scorre, dal centro. L’opacità dei pensieri altrui costringe l’uomo alla realtà, o almeno una delle infinite tali, e tutto diventa un gioco, ancora una volta: la verità da una parte, l’uomo dall’altra. Scegliete una carta. La indovinerò. Sempre.

L’alba accarezzava fresca un uomo che stringeva forte la propria realtà sciogliendola insieme a una verità. Fra le mani. Le stesse mani che avevano costruito un mondo, con all’interno verità e realtà di demoni, un tempo uomini, un tempo amore. L’uomo vedeva scivolare il mondo e solo nell’istante stesso in cui questo spariva nella nebbia leggera, si rese conto che si trattava del proprio. E da quel momento l’uomo avrebbe accarezzato una nuova alba: nuove parole da costruire, nuovi sentieri a cui attribuire un senso, silenzi in cui di nuovo gli schemi dovranno essere scritti, in cui ciò che è scivolato nella nebbia diventa un demone, ancora. Un morto non può tornare: scegliete una carta, tenetela per sempre.

C’era un uomo vicino a una finestra, e forse c’ero io poco lontano, e c’era un odore di quel che un tempo si chiamava gioia, sotto la stessa alba in cui gioia portava sorriso. C’era la mia realtà, presunta verità, nelle mie mani che ancora niente hanno costruito, poi ho visto scivolare un mondo, il mio, e ho visto un uomo, troppo vecchio per poter ancora morire, guardarmi scivolare via.

E non riconoscermi.

Vuole solo giocare. Lasciatelo giocare. Demoni. Un tempo uomini

Un tempo amore.

venerdì 5 giugno 2009

Post n°15: Il Genio (Parte Terza)

Lo abbiamo lasciato sommamente felice. Lo recuperiamo come Forza. Ancora una sorpresa, la Signoria Vostra era già stata avvisata su quanto imprevedibile potesse essere la melodica complessità del Genio. Adesso lasciamo il Genio a gioire della propria sconfitta. Passiamo alla vetta. La vetta è immobile, come ogni vetta. Ancora una volta dovrà essere il Genio a muoversi. Vi arriverà. Tornerà indietro. Morirà. Ennesimo viaggio inutile.

La vetta del monte creato dal Genio assume del Genio le fattezze, plasmata dal suo sorriso di ferrosa pienezza, la soddisfazione che crea.

Guardate adesso il Genio che si arrampica. E guardate adesso il Genio che intanto crea, ancora. Guardate bene il Genio che ha creato vette e non ha creato scale, guardate il Genio che si arrampica, le mani rosse di sangue, lo stesso sangue con cui la vetta continua a salire. Osservate il Genio scalare e la montagna crescere di pari passo. Osservate il dio che non riesce a scalare se stesso, osservate il sangue del Genio che si solidifica, roccia che bacia nuova roccia. Guardate questo folle appeso per le viscere a una montagna, guardatelo adesso. Non viene voglia di salvarlo? Guardate quel sangue che cola e quella vetta che raggiunge l’etere e ne scopre il vuoto, riempiendolo. Guardate adesso e scegliete la sua fine: niente cambia, sale lui e sale il monte. Cade sangue. Cade dolore. Questo cambia.

Non viene forse voglia di salvarlo?

Guardate quel sangue. Guardate quella Forza. Guardate il sangue che diventa Forza. Poi guardate il viso. Guardate il viso del Genio. Ancora una volta.

Il Genio ride.

Così richiama. Andate voi tutti, andate, correte voi tutti ad arrampicarvi. Seguìtelo, seguite il pazzo, seguite il Genio. Correte così, lodate il Genio. Lodate il suo riso. Fiorisce la roccia, cresce. Ormai la vetta non si vede più. E più alta è la vetta, più denso il vostro sangue, più largo il sorriso. Il Genio scala, osservatelo, non gli interessa dei cori dietro di lui, il Genio vuole solo scalare. Ma è tardi ormai.

Intanto il cielo, fermo e vuoto, li osserva. Silenzioso.

Adesso si girano verso di me, mi scrutano. Mi odiano.

La Rabbia innalza ancora la vetta. Non viene forse voglia di abbatterli?

mercoledì 20 maggio 2009

Post n°14: Il Genio (Parte Seconda)

State pur tranquilli: per il Genio non è difficile esternare la propria lucente superiorità. Il Genio stupisce sempre. I suoi assi hanno infiniti semi ed infinite maniche da cui fuoriuscire.

Sorpresa: Il Genio Non si accontenta di creare, e in fondo non si accontenta neanche del dubbio. Sembra appagato nel non essere appagato, è il suo gioco. Giocava. Ancora.

Pensateci: il Genio ha creato, ha giustificato, ha demistificato. E cosa rimane poi? Le vette sono già state raggiunte, le somme creazioni già archiviate. Cosa rimane adesso? La banalità forse? Dormire sulle proprie spine? Sulle verità che risplendono di accurata e fresca invenzione?

No.

Il Genio è molto più di questo. Nasce qui il Vero Genio. Perché il Genio, miei cari, non si accontenta di vincere. La vittoria è per gli uomini stanchi, è una cima dalla quale non si può scendere né salire, è un limite.

Qui il Genio risplende, qui il Genio esorbita: Vince, e poi cede alla sconfitta. E’ una tattica, giuro, non è una scelta casuale. Credetemi: il Genio lo fa per provare tutte le possibilità. Non è idiozia, è che lui ama esorbitare e risplendere. Su tutto. Su di sé.

Ecco adesso respira la Genialità profonda, vera: il Genio ha creato, ha giustificato, ha demistificato, ha raggiunto le vette, ha archiviato le somme creazioni. E adesso gode ancora, gode di più: adesso il Genio è sottomesso, sta perdendo, il Genio è sconfitto da sé stesso, un sé stesso che prende vita a parte, che nasce invece per vincere ancora, stavolta per sempre.

Guardatelo adesso: il Genio osserva la vetta dal basso, la vetta che ha scalato creandola. Guardatelo adesso, il Genio sovrastato dalla vetta che gli impone il proprio pensiero neonato, acerbo. Guardate la sconfitta volontaria del Genio. Non chiedetevi il perché. Non chiedetevi per quale motivo, mentre segue quel pensiero neonato e acerbo, il Genio stia ridendo. E’ facile, è palese: il Genio è felice. Ancora di più. Avanti di un passo ancora: è un nuovo livello di felicità. Non è l’ultimo.

venerdì 15 maggio 2009

Assignment n°8: Valutazione Corso

E ritardo fu. 
Eccomi alla fine a dare il mio giudizio sul corso di Informatica: cercherò di andare subito al dunque. Innanzitutto devo a questo corso la scoperta del Blog come forma pratica e diretta di espressione personale su qualunque livello. Era un'esperienza che non avevo mai neanche considerato di intraprendere, e che invece si è rivelata una piacevolissima valvola di sfogo che presumibilmente continuerò ad utilizzare, con le modalità e i tempi che mi saranno permessi. Secondariamente il Blog ha avuto il grande pregio di metterci tutti in contatto, permettendoci così di conoscere lati diversi di persone con cui eravamo (e purtroppo in buona parte siamo ancora) abituati a condividere esclusivamente l'aria dell'aula grande del Cubo, o al massimo del CuBar. Terzo: la riflessione. Ammetto che in certi casi il dover scrivere un post su qualcosa di cui non ti sei mai interessato puzza un po' di costrizione. rimane l'idea di dover scrivere forzatamente. Razionalmente parlando però mi rendo conto che non ci sarebbero altri modi per far effettivamente ragionare le persone sul Copyright o altri temi con cui difficilmente ci si trova in contatto, ma che fanno parte di una realtà non propriamente felice come la nostra. 
Diciamo che in linea di massima questo corso è stato praticamente l'opposto di quello che potevo aspettarmi, ed è stata una piacevole sorpresa, poiché è riuscito a non pesare sulle spalle di noi poveri sperandi medici già alle prese con trilioni di nozioni da immagazzinare, e al tempo stesso risultare molto più coinvolgente e utile di qualunque test a crocette sull'utilizzo di Word o Excel, avvalendosi proprio del connubio fra utilizzo pratico del pc e capacità di spaziare oltre la didattica vera e propria, oltre alle nozioni, ma in qualcosa di più reale e realistico. 

martedì 5 maggio 2009

Post n°13: Il Genio

E’ puro Genio. Non facciamo altro che creare. Creare ci piace. L’uomo crea da sempre e non smetterà. E’ puro Genio l’uomo che crea sentieri infiniti intorno a sé e agli altri, l’uomo che crea l’uomo e il mostro, l’uomo che poi scappa dalle proprie creazioni e dal Genio stesso. L’uomo crea e poi si punisce, si punisce per aver creato o non aver creato abbastanza. Cammina e schiaccia il mondo l’uomo, schiaccia e sostituisce ciò che si spiega con ciò che è abbastanza vago da potersi definire umano, poiché dall’umano viene e dell’umano è trappola. E' la stessa trappola in cui il Genio rigurgita sogni e orrori, in cui casca, in cui si culla e culla altri uomini che rigurgitano sogni e orrori come lui e come altri.

Quando l’uomo creò dio egli non ebbe bisogno di parlare o dar segnale, ci pensò il Genio a scrivere e interpretare le proprie parole, rispettarle, tradirle, punirsi o assolversi. E’ Genio, abbiate fede, è puro Genio questo. Creare il mondo e recitarlo è Genio. Il Genio emerge dove non trova necessario neanche sé stesso, poiché in fondo il Genio utilizza ciò che da sempre conosce per creare nuovi enigmi atti a non sapersi risolvere mai, tanto da rendere la presenza inutile, l’uomo inutile, l’attore che si mischia alla controfigura. E non è Genio questo?

Quando l’uomo creò sé stesso arrivò a comprendersi tanto bene da mettersi in dubbio per puro divertimento: è la summa dell’eleganza del Genio. Anche nel gioco, il Genio è Genio.

Il Genio non vuole risposte, il Genio si nutre piuttosto di domande, è oro, è felicità, quella vera, che capisce lo splendore della lacrima e ne gode mentre passa, mentre muore. Il Genio si nutre e si guarda soffrire nella gabbia. E gode. Infinitamente gode. Gode il Genio mentre crea la prigione in cui morirà di dubbio.

Ha da nascere l’uomo che non sarà creato dal Genio e che di Genio non morirà. Non nascerà. Ma non ditelo al Genio, non ci crederebbe.

venerdì 24 aprile 2009

Post n°12: Voli

E mi portate con voi nel mio tempo, me lo lanciate addosso negli anni senza mai colpirmi davvero. Evanescenze di futuro che si specchiano nei vostri occhi per un momento e poi tornano a farsi attendere nella nebbia azzurra, pronte a diventare ricordo. Come tutto, vivere per diventare luce, diventare luce perché qualcuna la veda, la veda per sempre. E milioni di luci senza futuro e con troppo passato indicano qualcosa che non capiremo, ma cui daremo comunque retta.

Volate lontano, volate liberi e incontrate il mondo, volate per sempre e scoprite, scoprite di volare nei silenzi, fra le ore muovendo i pensieri, scappate via senza costrizioni, non legatevi a me, volate via e lasciatemi qui, volate sulle soglie del sapere, voi che siete potenti, volate fino a sempre, fino al presente, volate senza tremare, senza ritegno, senza voltarvi, volate fino a sempre, volate fino al presente, volate fino a me. Siete tornati, siete ancora qui, ancora. Prendetemi per mano allora, fatevi curare. O curatemi. Fino a sempre, fino al presente. Fino a me.

mercoledì 15 aprile 2009

Post n°11: Un Treno

Da lassù, l’aria azzurra avvolse col suo gelo autunnale un uomo che guardava lontano.

Il suo treno stava viaggiando silenziosamente verso una morte. Una delle tante.

Viaggiava veloce, calpestava tutto il resto, tutto. E l’uomo non capiva, non capiva niente, non pensava: si limitava a viaggiare sopra un’elegante dittatura.

I pensieri non si possono cercare quando è buio nella mente. Basta aspettare e ci troveranno loro, perché nel buio siamo perfettamente visibili da ciò che è più vero di noi.

Il pavimento di brezza lo aspettava, fresco. Morbido.

Adesso però aveva paura. Paura di non riuscire a risolvere, o paura di risolvere troppo a fondo. E non dipendeva da lui.

Il suo treno viaggiava in linea retta adesso. Sbandando leggermente, ma con una direzione. Lo percepì fisicamente mentre allungava la propria traiettoria, timido, per poi deragliare esausto, lasciandosi cadere.

Da lassù, l’aria azzurra avvolse col suo gelo autunnale un uomo che guardava lontano.

 

Capì.

 

Si girò. Cominciò a camminare.

 

E la sua vita non finì.

 

 

Mai.

lunedì 13 aprile 2009

Assignment n°6: Riflessioni sul Copyright

Questo sesto Assignment mi coglie meno impreparato del solito, nel senso che riguardo ai diritti d'autore avevo già tristemente avuto modo di riflettere, eccome. Dal mio punto di vista, la modalità più schietta e spontanea per discorrere di questo argomento sarebbe il cominciare a inveire con termini ben poco nobili contro l'amata Siae, ma tenterò di trattenermi. Voglio però parlare dei diritti d'autore proprio dal punto di vista soggettivo di un povero gruppo emergente. Non voglio certo usare il termine "artisti" che sarebbe un'offesa per secoli di storia, ancor meno voglio parlare da un punto di vista qualitativo, cosa che forse, oltre la storia, intaccherebbe anche l'umana decenza.
Fate solo conto di avere una passione, di coltivarla, di condividerla con altri, farla crescere con loro, metterci dentro un po' di tue idee, un po' di te stesso, e poi, senza pretese né speranze, volerla far conoscere. E allora col tuo felice sorriso corri alla Società Italiana Autori ed Editori, e sei felice, perchè loro ti capiranno,loro tutelano chi ha passione, chi coltiva, chi condivide, chi fa crescere, chi mette un po' di idee e un po' di sé stesso in qualcosa. E poi? Poi il tuo sorriso vola via trasformandosi in un morbido turpiloquio, mentre in mano ti ritrovi solo qualche foglio con una serie infinita di zeri,e in fondo a questi un noto simbolo: €.
"E va bene, pagherò.." - pensa l'ingenuo artistucolo tornando a casa - "quantomeno mi offriranno un servizio ottimale, al passo con i tempi, capace di coadiuvare la mia volontà di creare". Mentre l'artistucolo chiede questo al proprio futuro, il futuro gli risponderà con una splendida pernacchia.
Niente, il vuoto.
E' vero che, come faceva notare il prof. Formiconi, la situazione è ormai generalizzata, ma è anche vero che, almeno per quanto riguarda l'Europa, l'Italia è ai primi posti come tariffe dei servizi offerti da enti simili. L'avreste mai detto?
Sorvolando il problema economico, purtroppo rimane l'enorme scoglio dato dall'inadeguatezza delle norme di tutti questi enti, nonché dei relativi Stati, rispetto alle nuove forme di comunicazione, di divulgazione, di connessione tanto artistica quanto sociale e, non ultima, quella didattica.
Ci vogliamo muovere signori? O i pancioni non sono abbastanza pieni?

P.S. (16/4/2009) Scrivo in risposta a Tommaso che mi ha citato nel suo blog. Il mio post non vuole denigrare i diritti d'autore, che reputo irrinunciabili per qualunque persona capace di creare o esprimere qualsivoglia forma di arte o conoscenza. Questo articolo è invece indirizzato a coloro che su questa capacità ci speculano, in molti casi tappandone l' oggettiva possibilità di realizzazione. In Svizzera la Suisa (equivalente della nostrana Siae) costa 60 euro totali, non annuali ma definitive. In Italia, con 60 euro al massimo offri un caffè al direttore dell'ufficio Siae. Tutto qui.

mercoledì 8 aprile 2009

Post n°10: Il paracadute

Quel giorno aprì troppo presto il paracadute. Si era gettato dall’aereo con la foga di chi è troppo spento per sopportare gli incubi, abbastanza spento da voler scappare nel mare asciutto dell’illusione, di voler essere vento, consapevole che dopo quegli istanti sarebbe tornato neve. Ossa e neve.

Ma quel giorno il paracadute lo aveva aperto davvero troppo presto.

E adesso vagava nell’aria. Morbida muraglia di una morbida prigione.

Muraglia di niente. Muraglia che ricopre il niente. E oltre il niente? Cosa c’era?

Il niente non rispose.

E quel paracadute continuò a ondeggiare stancamente nel mare asciutto dell’illusione, piangendo poesie sull’incubo da cui stava scappando.

In quel preciso istante però, una vita fuggiva appesa ad un paracadute. E urlava. Urlava da pazzi, urlava forte come un treno, urlava come l’aria dolce che la stava avvolgendo.

Ed ecco, ecco qualcosa, ecco il fuoco.

Ecco il fuoco a bruciare il niente.

Da dentro.

Da sempre.

lunedì 6 aprile 2009

Assignment n°5: PubMed

Come richiesto, ho curiosato un po' in questo sito che, in tutta sincerità, non conoscevo. Si tratta di una sorpresa decisamente positiva per la vastità delle sorgenti di informazione in esso disponibili. Penso che PubMed possa essere facilmente utilizzato non solo a fini didattico-lavorativi, ma anche per semplice curiosità su qualsiasi tema di ambito medico. Certo è che un utilizzo realmente completo di tale sorgente è possibile soprattutto per chi ha una certa confidenza con i vari ambiti della Medicina, tanto da riuscire a sfruttare PubMed come fonte di aggiornamento e approfondimento costanti.
Trattasi, come già fatto notare nell'assegnazione del compito, di un sito di lingua inglese, ma di un inglese scientifico, facile ed intuitivo, che non penso risulti un grosso limite per i più. 
La cosa che più colpisce di PubMed è l'enorme quantità di articoli e informazioni che vi si possono trovare.
Ho deciso, più o meno consciamente, di non utilizzare questa risorsa per ricerche inerenti il minaccioso (e ormai vicinissimo) esame di Anatomia, ma ho preferito utilizzarlo al riguardo di un argomento che mi interessa particolarmente, vuoi per motivi personali, vuoi per semplice curiosità. Tale argomento è l'Alzheimer, una malattia conosciuta soprattutto nei suoi stadi primordiali ma di cui poche persone conoscono le effettive conseguenze pratiche, soprattutto in casi patologici molto avanzati.
Ad esser sincero non mi sentirei di consigliare un articolo piuttosto che un altro, data la vastità numerica di questi  riguardo al tema scelto, posso solo far notare che ho trovato una serie di informazioni molto interessanti, soprattutto su nuovi spunti di ricerca (ovviamente stiamo parlando paesi esteri, non sia mai...) che vengono proposti dalla comunità scientifica con grande frequenza, e la cosa non può che aumentare la mia curiosità.
Penso che mi terrò aggiornato su questo tema utilizzando anche PubMed e posso dunque ritenermi molto soddisfatto di questa risorsa efficiente e, almeno per quanto mi riguarda, nuova.


domenica 5 aprile 2009

Post n°9: Il Tempo

E’ che al tempo piace scappare e farsi rincorrere. E’ tutto lì il problema, non ci sarebbe niente di difficile nella vita se il tempo ci aspettasse. Però lui corre, non gli interessa sapere quando è nato, non deve spiegazioni a nessuno, perché nessuno può vivere tanto a lungo da chiedergliele. E lui lo sa.

Corre, è partito per primo ed ha vinto, si è adattato, l’unico ad esserci riuscito: lui corre, lui è consapevole. Ha capito.

Corre e lascia una scia, una per ognuno di noi. A chi corta, a chi lunga, a lui non interessa, non è affar suo. Non lo fa con un intento preciso, sul serio, è che gli vengono così, il resto è tutta fortuna. E attesa.

E allora aspettiamo di vedere, giorno dopo giorno, quello che ha lasciato indietro per noi. Poi, ogni tanto, ci voltiamo indietro. Ed è una gran brutta idea, davvero, la cosa peggiore che si possa fare. Perché le scie svaniscono.

Grande verità.

Diavolo, se proprio non possiamo raggiungerlo andando avanti, dovrebbe quantomeno esser possibile voltarsi e godersi la scia, magari passarci sopra di nuovo...perché no...modificarla.

E’ logico, perfettamente logico, non fa una piega. Dovrebbe esser così non credete? Deve esser così.

E invece no.

Allora che corra. Che corra e lasci la mia scia, che ne lasci milioni, miliardi.

Continueremo a seguirlo fino a che non vorrà farci riposare. Non abbiamo nient’altro da fare qui. Che vada avanti lui. Che rimanga solo.

“Tired of lying in the sunshine, staying home to watch the rain
You are young and life is long and there is time to kill today
And then one day you find ten years have got behind you
No one told you when to run, you missed the starting gun

And you run and you run to catch up with the sun, but it's sinking
And racing around to come up behind you again
The sun is the same in a relative way, but you're older
Shorter of breath and one day closer to death”

(Pink Floyd, “Time”)

martedì 31 marzo 2009

Assignment 3: "Coltivare Le Connessioni"

Eccomi qui a scrivere, in ritardo, l’Assignment 3.
Vorrei dare un’opinione molto generale, e al contempo la più sincera possibile sull’articolo protagonista dell’Assignment stesso. Premetto che sarei ipocrita se mi mettessi a dilaniare tutto ciò che la rete informatica mi mette a disposizione giornalmente. Non dubito minimamente del fatto che il computer sia lo strumento tecnico più importante degli ultimi secoli, non ho certo scoperto l’acqua calda. Come ogni strumento però, dovrà sempre porre le basi su qualcosa di più profondo, trattasi a sua volta di una rete di concetti e idee, di manualità e di pensiero soggettivi. Di Fisicità.
Faccio un discorso che, più che banale di per sé, è troppo spesso banalizzato, cosa ben diversa. Negli ultimi anni le varie branche di quel sistema terribilmente splendido chiamato genericamente “computer”, stanno percorrendo velocemente la strada del Sostituire più che del Sostenere. Facebook sostituisce la comunicazione vocale, Wikipedia sostituisce i libri, gli mp3 sostituiscono la musica reale. Sarà anche positivo, ma in questi casi estremi di beghe ne trovo in gran numero.
Ho sentito addirittura persone mettere in dubbio il raggiungimento del diritto all’istruzione per tutti, e spero che quella fosse una battuta e non un’affermazione convinta. Siamo sinceri: quanti di noi utilizzano il computer per un apprendimento effettivamente utile e razionale?
Ammetto che nell’istruzione ordinaria le pecche siano tante e gravi. Questo però non vuol dire che essa debba essere annullata: se abbiamo internet, se abbiamo qualcosa da scriverci, se abbiamo la possibilità e la capacità di usarlo, e se siamo ancora persone e non hard disk lo dobbiamo primariamente a cattedre e libri. Le due cose hanno da andare di pari passo, sostenersi, completarsi: ma mai uno dei due aspetti dovrebbe sostituire totalmente l’altro. Volendo usare la dialettica dell’articolo in questione, direi che entrambi gli aspetti devono, al giorno d’oggi, far parte della stessa rete, poiché sono entrambe sorgenti praticamente infinite di conoscenza, a volte profonda a volte superficiale, e non mi sentirei di criticare ciò che invece, in entrambi i casi, ci ha arricchiti da un punto di vista pratico e non solo.

domenica 29 marzo 2009

Post n°8: Dormi.

Dormi bambino, dormi più che puoi. Forse ti sveglieranno bambino, ma tu dormi o fai finta di dormire. Non ci cascare bambino, non invidiare i nostri sorrisi di plastica, tu continua a dormire. Noi siamo felici bambino, siamo felici perché completiamo i livelli del gioco, corriamo tutti allo stesso modo, su strade identiche. A noi piace tutto questo, stiamo bene qui, ma tu se puoi dormi, è meglio per te. Noi sappiamo già cosa mettere addosso, come parlare, cosa pregare, a chi dare ascolto, non possiamo più scegliere niente bambino. Non invidiarci: dormi, dormi più che puoi. Tu hai ancora qualcosa da scoprire bambino, non svegliarti, preservalo, dormi, continua a dormire. Noi guardiamo tutti con gli stessi occhi e ci piace chiamarla libertà, ma non ci cascare bambino. Non preoccuparti per noi, siamo felici, sul serio. Ma Tu dormi. Continua a dormire. Dormi. E salvati.

giovedì 26 marzo 2009

Post n°7: Nuove Perplessità Politiche

Aggiungo questo commento in coda a quelli sul blog di Andrea (http://whosgnamo.blogspot.com) e della Giulia (http://shgiulie.blogspot.com).
E' il primo post "normale" che scrivo, potrà sembrare un po' fuori coro nel contesto usuale del mio blog ma penso che in certi casi esternare determinate grosse perplessità faccia bene a sé stessi, e magari agli altri.

Io non guardo quasi per niente la televisione, tanto meno un certo tipo di sedicenti programmi. Stasera però , nell'attesa di una calda e consolante pizza, mi sono imbattuto nel TG5. Ammetto che avevo giusto voglia di uno spensierato e divertente Varietà per svagarmi dopo un'estenuante giornata fiorentino-universitaria, dunque mi sono fermato ad assaporarne la saggia profondità. A un certo punto il Conduttore impenna con una splendida frase: "Solitamente, cari telespettatori, dedichiamo questo spazio del TG ad altri argomenti, ma questa sera vogliamo utilizzarlo per un evento che rappresenta una svolta nella politica italiana".

Risultato: più di un quarto d'ora di servizio sul Popolo delle Libertà, su quella che è stata Forza Italia, la sua storia, le sue vittorie, i miracoli, i santi, i martiri vittime di voraci avversari divoratori di bambini e meritatissime poltrone,nonché un breve sunto di tutte le parabole. Si passa attraverso una serie di interventi più o meno storici del nostro attuale Presidente del Consiglio, lasciandosi talvolta prendere da improbabili incanti lirici: "...e Berlusconi, che in una gelida serata milanese, dal finestrino della sua auto annunciò la nascita di un partito nuovo, il Popolo delle Libertà". E poi ancora interviste a giornalisti (ma proprio tutti? proprio di tutte le fazioni politiche? e tutti con lo stesso tempo a disposizione? indovinate un po'....), e ancora i deliziosi sorrisi del nostro Cavaliere, il vero e unico Salvatore.

Effettivamente ha proprio ragione l'esimio Silvio Berlusconi quando dice che le sue reti sono assolutamente contrarie a qualsivoglia faziosità politica.
In fondo anche la bibbia non vuole essere un testo religioso, è semplicemente un divertente fumetto per bambini, se si vuole anche tendente all'ateismo

Io non sono né di destra né di sinistra a prescindere, mi piace semplicemente visualizzare con senso critico quello che mi succede intorno. In questo caso, mi viene da pensare con una certa tristezza a quanti magari, invece che preoccuparsi, si saranno addirittura emozionati. E mi stupisco ogni giorno di più di come le lezioni del passato in Italia non servano mai a niente, perché in fondo aveva ragione Gobetti riguardo alla vera natura di noi dolci abitanti dello stivale...

martedì 24 marzo 2009

Post n°6: Castelli di Rabbia

"...è una cosa bellissima. Avere una nota, dico: una nota tutta per sé. Riconoscerla, fra mille, e portarsela dietro, dentro, e addosso. Potete anche non crederci, ma io vi dico che lei respira quando voi respirate, vi aspetta quando dormite, vi segue dovunque andiate e giuro non vi mollerà fino a che non vi deciderete a crepare, e allora creperà con voi. Potete anche fare finta di niente, potete venire qui e dirmi, caro Pekisch mi spiace ma non credo di avere proprio nessuna nota dentro, e andarvene, semplicemente andarvene...ma la verità è che quella nota c'è...c'è ma voi non la volete ascoltare. E questo è idiota, è un capolavoro di idiozia, davvero, un'idiozia da rimanere di stucco. Uno ha una nota, che è sua, e se la lascia marcire dentro...no...statemi a sentire...anche se la vita fa un rumore d'inferno affilatevi le orecchie fino a quando arriverete a sentirla e allora tenetevela stretta, non lasciatela scappare più."

tratto da "Castelli di Rabbia", di Alessandro Baricco.

Cito il blog di Duccio, che contro ogni mia aspettativa ha scritto un post su "Senza Sangue" dello stesso autore. Lo sapevo io che sotto tutti quei capelli era nascosto un cor gentile! Eccovi il link: http://cabezas18.blogspot.com/

sabato 21 marzo 2009

Post n°5: Un tempo

Ci fu chi era diverso. Ci fu da sempre, ci fu da subito. Ci fu l’uomo che non c’entrava niente, ci fu colui che non sembrava vero. Ci fu un’onda contro tutte le altre, ci fu un’onda lontana nel fragore grigio del mare, ci fu un’onda che a riva non voleva arrivarci, e fanculo a tutte le altre che vanno alla morte sciogliendosi felici nel gelido peccato di sabbia.
Ci fu chi era diverso, e chi sentiva diversi tutti gli altri.
Ci fu chi non capì, ci fu chi voleva solo respirare, ci fu chi ne era proprio convinto, ci fu chi pregava il sole bestemmiando alla luna, ci fu chi bestemmiava sia al sole che alla luna, ma lo faceva coprendo le bestemmie col silenzio e coprendo il silenzio con le preghiere. Ci fu chi era diverso.
E ci furono quelli che dicevano di aver visto qualcosa di diverso. C’era qualcosa di profondamente dissimile da qualcos’altro. Un tempo, ci fu tutto questo. Un tempo, ci fu chi era diverso.
E diverso da cosa ancora nessuno l’ha capito.
Forse diverso solo da ciò che non conosce gelidi peccati di sabbia.

giovedì 19 marzo 2009

Assignment: Delicious

Come da copione, ho aperto il mio account Delicious. Ecco il link: http://delicious.com/chitarro2009 .
La mia opinione su questo sistema di social bookmarking è estremamente positivo. Oramai tutti i più famosi browser contengono opzioni per siti "Preferiti" con diverse caratteristiche e possibilità di personalizzazione, ma Delicious ha dalla sua il grande pregio di poter essere utilizzato su qualunque computer ci si trovi e non solo sul proprio, cosa appunto utilissima. Oltretutto la possibilità di personalizzare il salvataggio di determinate pagine mediante l'utilizzo di tags, titoli e descrizioni rende tutto molto più chiaro e completo. L'interfaccia grafica è tanto semplice quanto funzionale, così l'utilizzo del servizio risulta essere a sua volta intuitivo e molto soddisfacente. Per il momento ho aggiunto solo poche pagine a Delicious, ne aggiungerò di nuove nei prossimi tempi, progressivamente.
Saluti!

lunedì 16 marzo 2009

Post n°4: Un vecchio testo..

Originariamente l'avevo pensato come parte di testo per le Antinomie. L'ho ritrovato spulciando nella mitica cartella "GRUPPO" del mio Pc (un vaso di Pandora pesante Gigabyte e Gigabyte, si narra che al suo interno ci siano nostre registrazioni del 1947, in seguito rubateci dai Genesis per comporre svariati loro successi durante un periodo di crisi mistica). Non so se la useremo, intanto la posto qui, tanto male non fa...

Fresco fiore nella mia mente

Tu sia lodato e tu possa crescere

Sogna sentieri di seta

Ma dentro lo senti ancora

Il profumo di odio fra i petali

L’odio dolce del passato

Velo di rugiada sopra al terrore

La luce corre solo per scappare

Adesso parlami

Fresco fiore della mia mente

Solo tu che collezioni lacrime

E le conservi nella mia clessidra

Sussurrami sicurezze di addio


Bye Bye Bombay